L’impiego dei funghi contro l’impoverimento del suolo

“Ogni volta che insegno coltivazione di funghi, dico a tutti che, a prescindere, quello che andranno a fare sarà la creazione di suolo.

Ci vogliono 5-600 anni affinché si creino 2cm di suolo e ne abbiamo persi quasi 4 metri in un secolo solo. Il terriccio trattiene umidità. Le civilizzazioni vanno e vengono, quelle che riescono a trattenere l’acqua nel suolo saranno quelle che sopravviveranno.” Tradd Cotter

È ormai chiara la necessità di doversi sganciare dai sistemi di coltivazione tradizionale, ormai insostenibili, e di adottare invece un sistema agricolo rigenerativo che contempli anche l’integrazione dei funghi, per avere campi e orti super produttivi.

La situazione del suolo

Non è una novità che la maggior parte del suolo a livello globale goda di scarsa, se non addirittura di pessima, salute. Due delle principali problematiche riscontrabili su larga scala che vanno affrontate urgentemente, anche con l’aiuto dei funghi, sono la salinizzazione dei terreni e la crisi del fosforo.

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La salinizzazione dei terreni

La salinità di un terreno è data principalmente da due fattori: quello ambientale, legato alle condizioni climatiche e alla composizione originaria di ciascun tipo di suolo; e quello dovuto alla gestione umana ed in particolare all’utilizzo di metodi di irrigazione inappropriati, alla distribuzione di fertilizzanti in maniera indiscriminata, al compattamento del suolo dovuto alle pratiche agricole e allo sfruttamento delle falde acquifere che ne hanno compromesso irrimediabilmente la fertilità.

In tutto il mondo, lo stress dovuto al sale nel terreno, procura danni alle piante e di conseguenza alle produzioni.

Per ridurlo, l’inoculazione con funghi micorrizici si è rivelata di aiuto, in particolare per la quantità di ioni trasportati, lo sviluppo radicale, la produzione di metaboliti e l’aumento della produzione e dell’attività degli antiossidanti, con vantaggi maggiori nel caso in cui il fungo sia stato prelevato proprio da terreni salini a cui è già abituato. Anche funghi diversi da quelli micorrizici possono dare il loro contributo alla crescita delle piante in terreni salini, come gli endofiti che lavorano a livello fogliare nelle piante, un po’ come si comporta la flora batterica nel nostro intestino: un tema nuovo e complesso tutto da sviluppare. In ogni caso, la resilienza dei funghi in presenza di alti livelli di sale è da attribuirsi alla sovrapproduzione di metaboliti del micelio responsabile per l’adattamento del fungo.

TERRENO STANCO

La crisi del fosforo

Il fosforo è una risorsa non rinnovabile e le riserve conosciute si calcola saranno completamente esaurite entro i prossimi 50/100 anni, ma alla velocità con cui viene estratto, già nel 2030 saranno notevolmente limitate e ci sarà un rialzo dei prezzi.

Molte persone sono preoccupate riguardo la crisi incombente, dovuta alla crescente domanda di alimenti, da un lato, e alla sempre minore disponibilità di questo importante minerale, dall’altro.

L’aggiunta incessante di fosforo ai terreni agricoli, assieme all’estrazione mineraria e alla produzione industriale, hanno causato conseguenze negative sull’ambiente a livello globale, senza nemmeno ottenere grandi risultati, visto che significative quantità di fosforo vengono slavate via o erose e portate dai corsi d’acqua fino al mare, dove si deposita sui fondali diventando irrecuperabile e avendo danneggiato, nel mentre, l’intero ecosistema. Per queste ragioni trovare un sostituto ai fertilizzanti a base di fosforo è assolutamente prioritario e, com’è stato già dimostrato, i funghi micorrizici rappresentano una grande opportunità in questo senso.

Una parte del fosforo proviene da composti organici come fitati, fosfoglucani, fosfolipidi e acidi nucleici che possono essere facilmente solubilizzati dai funghi o da altri microbi attraverso enzimi digestivi come la fosfatasi.

La restante parte deriva da forme inorganiche, legate alla matrice del suolo (es. la superficie di minerali argillosi) o ad altri minerali (calcio, ferro e/o fosfati di alluminio) in reti cristalline insolubili.

Con gli stessi acidi che usano per estrarre i minerali dalla roccia, i funghi sono in grado di sbloccare il fosforo inorganico da questi complessi insolubili e creare sali di fosforo biodisponibile, facilmente metabolizzabile dalle piante.

Il fosforo, tra tutti i nutrienti, è probabilmente quello più difficile da ottenere per una pianta in quantità sufficienti senza l’assistenza della micorriza.

Infatti, secondo alcuni studi, circa l’85 percento dei fertilizzanti a base di fosforo non viene assorbito dalle piante. Si è visto però come i funghi micorrizici ne forniscano, alle loro compagne vegetali, una quantità fino a quattro volte maggiore rispetto a quella che la pianta è in grado di procurarsi da sola.

A metà degli anni ’60 si è anche capito che i funghi fanno da “trasportatori” solo nel caso in cui il livello di fosforo nel suolo sia molto basso e la pianta non riesca a raggiungerlo da sé. Livelli sufficienti, raggiunti magari spargendo NPK, quindi, inibiscono l’attività e la formazione delle micorrize.

I funghi producono gli enzimi necessari a liberare il fosforo dai legami chimici nel terreno, in congiunzione però con altri organismi presenti nel suolo, che vengono attratti dagli esudati dei funghi o dai resti dei loro pasti.

Una buona soluzione sarebbe quella di aggiungere al terreno da coltivare i fosfati rocciosi e il compost assieme ai funghi micorrizici e ai batteri che solubilizzano il fosforo (es. bacillus circulans e cladosporium herbarum).

Sul lungo periodo questi funghi e microbi, lo rilasciano lentamente alla pianta, via via che lo richiede, riducendo quindi la necessità di ammendanti e fertilizzanti con minore perdita di fosfati.

Questa semplice strategia fornisce ai giardinieri e agli agricoltori uno dei mezzi più adatti a creare sistemi e cicli di nutrienti efficaci.

STROPHARIA SU FOGLIE DI OLIVO

L’agricoltura rigenerativa e le micorrize

Molte pratiche agricole odierne hanno effetti devastanti sui funghi micorrizici. Questi occupano la porzione di suolo che va dai 15 ai 38cm di profondità e pratiche di agricoltura convenzionale come la rotazione delle monocolture, l’aratura (soprattutto autunnale), l’aggiunta di ammendanti e la sterilizzazione dei suoli impattano direttamente sullo stabilirsi e la crescita dei funghi che non saranno più in grado di legarsi alle piante.

La semina su sodo (esistono anche macchinari appositi) e i sovesci, ad esempio, sono pratiche di agricoltura rigenerativa che anziché distruggere, rispettano e “creano”.

Con la simbiosi micorrizica migliora anche la capacità della pianta di prodursi i diversi tipi di ormoni vegetali che le servono per regolare i processi cellulari, inclusa la formazione dei fiori, dei gambi, delle foglie, dello sviluppo e della maturazione dei frutti.

I funghi, insomma, ci aiutano a produrre orticole più nutrienti!

Va ricordato che non tutte le piante sono micorriziche, vedi le brassicacee, chenopodiacee, caryophillacee, poligonacee, purtulacaee e proteacacee, amarantacee che sono da intervallare con piante che invece favoriscono la micorrizazione come le graminaceae, aliaceae, leguminose, per evitare di perdere quelle che sono già presenti nel terreno.

Un suolo poco lavorato, ricco di materia organica, coltivato biologicamente ha già il suo bel contenuto di funghi e microorganismi simbionti, non ha bisogno di aggiunte di micorrize.

Micorrize, carbonio e glomalina

Abbiamo compreso che i funghi, attraverso le connessioni micorriziche, si legano alle piante instaurando uno scambio di informazioni, nutrienti e acqua.

Dalle piante, grazie alla fotosintesi, i funghi ricevono il glucosio che a loro serve per crescere e anche per produrre la glomalina, una glicoproteina che, da un lato, serve a generare le pareti cellulari fungine, dall’altro, per la sua struttura, ad aggregare il suolo contribuendo peraltro significativamente a fissare nel terreno per decenni l’eccesso di carbonio presente in atmosfera. Il 27-30% del carbonio organico nel suolo, in presenza di funghi micorrizici, è da attribuirsi proprio alla glomalina.

FOSFORO

Come integrare nella pratica i funghi in un sistema di agricoltura rigenerativa

Alcune interessanti azioni da intraprendere sono:

  1. L’applicazione diretta del micelio su terra, purché abbia un minimo di materia organica
  2. Il riutilizzo del substrato di crescita dei funghi esausto
    Dalla coltivazione dei funghi, infatti, risulta una grande quantità di substrato esausto, circa 5-6kg per ogni kilo di fungo fresco.
    Solitamente questo “scarto” viene gettato o inviato all’inceneritore, eppure contiene ancora diversi nutrienti (come l’NPK) e altri composti organici, (come lignina, cellulosa e proteine crude) per questo motivo avrebbe più senso chiudere il cerchio utilizzandolo per farne compost, produzione di alimenti per animali o di energia (bioetanolo) oppure, semplicemente, per ricominciare il ciclo di coltivazione dei funghi.
    Nel caso del suolo, il substrato può diventare un ottimo biofertilizzante, soprattutto se viene lasciato maturare per almeno sei mesi.
  3. Riciclare gli scarti agricoli, trasformandoli in risorse.
    Potature, sfalci, paglia, tutoli, bambù, cippato, letame, ecc…. sono perfetti sia per la produzione di funghi saprotrofi primari e secondari, anche medicinali, sia per creare mico-pacciamature (ad es. Stropharia rugoso-annulata, edibile e commercializzabile).
  4. Testare e/o introdurre funghi micorrizici.
    Basta far analizzare il terreno in laboratorio. Alcuni test indicano anche il potenziale per l’attecchimento delle micorrize, ovvero se il suolo ha le condizioni adatte al loro sviluppo.
  5. Sperimentare.
    Avendo un proprio laboratorio, gli esperimenti da fare sarebbero molteplici, in particolare per sviluppare micorrize personalizzate per il proprio terreno, in particolare con gli endofiti di cui si sa ancora poco.
    Questa “customizzazione” permetterebbe di affrontare le specifiche criticità e di non dover dipendere dai prodotti in commercio. Poi però è necessario uscire anche dai laboratori e tornare nei campi, dove si fa davvero la differenza, altrimenti la ricerca è sterile.
MICELIO

Introdurre i funghi in agricoltura

La scarsa conoscenza dei funghi è una lacuna enorme nel campo delle scienze naturali che ha influito negativamente sui modelli ecologici, facilitando lo sviluppo di piani poco lungimiranti, come l’estrazione di risorse naturali, per la produzione di cibo e la protezione degli ambienti selvaggi.

L’utilizzo dei funghi in agricoltura, in ottica rigenerativa, potrebbe essere la chiave di volta per rimediare alla crisi ambientale che abbiamo generato e che stiamo affrontando. Gli studi più recenti confermano il loro potenziale, ma non c’è più tempo… bisogna agire, subito, sperimentando e mettendo in pratica ciò che si conosce, osservando i risultati per poi condividerli ed espandere così più velocemente il raggio d’azione.

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