Come coltivare la mora di rovo

Un cesto di frutti di bosco non può definirsi completo senza la mora, frutto del rovo. Dalla composizione dei suoi fiori è facile identificarne la famiglia di appartenenza, Rosaceae, stessa famiglia a cui appartengono il melo, il pero, il pesco e la rosa, della quale il rovo selvatico ricorda le sue spine, scudo per ghiotti predatori.

In passato venivano utilizzati i frutti maturi di mora per colorare capelli, tessuti e pelli di animali, mentre i tralci venivano sfruttati per intrecciare cesti molto resistenti.

Una leggenda narra che la pianta si è originata dal sangue versato di due uomini innocenti, Abele e un soldato, ricordati dal fiore bianco simbolo di purezza e dal succo rosso dei suoi frutti, a rappresentare il sangue versato per la rigenerazione dell’umanità.

Ancora oggi è possibile raccogliere i frutti di mora durante una passeggiata lungo i boschi o per le strade di campagna, soffermandosi ad ammirare l’intreccio della sua chioma, o ancor meglio coltivarla anche in spazi limitati quali balconi, terrazzi e giardini, seguendo delle semplici indicazioni agronomiche.

Descrizione botanica

Il rovo è una pianta perenne appartenente allo stesso genere del lampone, Rubus (dal latino “rosso”). Allo stato selvatico le due specie più diffuse in Europa sono: Rubus fruticosus e Rubus ulmifolius, dalla similitudine delle sue foglie con quella dell’olmo.

I progenitori selvatici di questa specie sono dotati di spine arcuate, arma di difesa delle piante nei confronti di alcuni predatori, sfruttata dagli uomini per difendere i propri confini.

Le foglie sono imparipennate, variabilmente costituite da 3 a 5 foglioline a margine seghettato di colore verde scuro, ellittiche o obovate; presentano la pagina superiore glabra e quella inferiore tomentosa. In inverno alcune specie perdono interamente l’apparato fogliare (caducifoglie) mentre altre solo una parte di esso (semicaducifoglie).

fiori sbocciano in tarda primavera fino all’inizio dell’estate, e sono raggruppati in brevi infiorescenze dette racemi. Un fiore è formato da cinque petali, bianchi o rosa, e cinque sepali. La fioritura è tardiva e si protrae per circa 70 giorni.

Il frutto è composto da numerose piccole drupe dapprima verdi, che virano passando dal rosso al nero – viola. Il periodo di maturazione può essere diverso a seconda della varietà e delle condizioni ambientali. Da inizio fioritura a inizio maturazione passano 40 – 60 giorni. In generale, la piena maturazione si conclude nelle prime giornate d’agosto protraendosi fino a settembre, regalandoci gli ultimi raccolti estivi.

La mora è definita una pianta infestante anche per la sua capacità di differenziare le gemme vegetative degli apici dei tralci in radici quando queste toccano per terra. Questo sistema le permette di espandere il sito di esplorazione delle risorse nutritive e di propagarsi, colonizzando aree non coltivate e fossi.

È possibile sfruttare questa sua capacità per la moltiplicazione di piantine per propaggine apicale o per talea, ottenendo piantine “fai da te” identiche alla pianta madre.

Scelta della varietà

La specie maggiormente coltivata in Italia è R. fruticosus, sfruttata per la selezione di un’ampia gamma varietale adatta alle diverse esigenze di coltivazione. In base al momento di fioritura e all’assenza di spine distinguiamo varietà:

  • Tardive (Thornfree, Ashton Cross, John Innes, Smoothstem, D-Kiowa) solitamente più robuste e ideali per ambienti caratterizzati dalla frequenza di gelate tardive.
  • Precoci (Merton Thornless, Himalaya gigante, Merton Early, Bedford Gigante).
  • Senza spine (Lochness, Araphao, Navhao) molto vigorose e tra le più apprezzate.
pianta di more rovi

Condizioni climatiche e pedologiche ideali

Clima

Il rovo cresce spontaneo nei sottoboschi di zone montane e pianeggianti dell’intera Penisola, lungo i bordi delle strade e in terreni incolti.

Rispetto agli altri frutti di bosco, si comporta in maniera più rustica, adattandosi a diverse condizioni climatiche, come l’esposizione al sole diretto, grazie anche all’ampia offerta di varietà in commercio.

Anche nelle zone con clima più rigido è possibile collocare la pianta in luoghi ben soleggiati benché ben riparati dai venti, in quanto nelle varietà senza spine tende a far lignificare e seccare il tralcio svernante, che non ricaccerà nella primavera successiva.

Terreno

Il rovo predilige terreni leggeri e con una buona disponibilità idrica, ricchi di sostanza organica, con pH subacido (pH = 6 – 6,7). La mora di rovo è, rispetto al lampone, meno esigente per quel che riguarda sia il drenaggio del terreno che la presenza in esso di calcare.

Alla base di una buona preparazione del substrato risiede l’utilizzo di torba acida, da miscelare al terreno, e l’arricchimento del substrato con materia organica, che sia humus, letame o compost autoprodotto.

 Irrigazione

Trattandosi di una coltura di elevato rigoglio vegetativo, la mora necessita di un’elevata disponibilità idrica, soprattutto nella fase di maturazione dei frutti.

Per le coltivazioni su suolo è possibile incrementare la ritenzione idrica del substrato e ridurre il rischio di ristagni idrici letali, effettuando un inerbimento nell’interfila. Questo fattore può essere sfruttato a nostro vantaggio anche per creare un microhabitat utile allo sviluppo di amici naturali quali insetti predatori e parassitoidi.

Per le coltivazioni in vaso è consigliabile irrigare fino alla completa idratazione del substrato, e interrompere la bagnatura non appena si rendono visibili le prime gocce di drenaggio.

Impollinazione

La pianta di rovo presenta fiori autofertili, quindi è possibile coltivare anche un solo esemplare per ottenere la produzione di frutti. Nonostante ciò, il colore dei fiori è in grado di attirare diversi impollinatori, contribuendo in gran misura alla fecondazione del fiore.

Coltivazione in vaso

Creare un’atmosfera “green” nel nostro balcone è possibile piantando una mora di rovo, che ben si presta alla coltivazione in vaso.

Per fare ciò è necessario procurarsi vasi di 25 – 30 litri di plastica riciclata (acquistabili anche online ), da scegliere in base alla disposizione e quantità di fori di drenaggio che deve essere tale da evitare ristagni idrici.

Allo stesso tempo una pianta coltivata in vaso esige più attenzioni riguardo le irrigazioni man mano che si passa dalle stagioni fredde a quelle primaverili, fino alla maturazione estiva dei frutti, periodo di maggior richiesta idrica. Un ottimo substrato di attecchimento e di allevamento può essere ottenuto miscelando terra madre con torba acida di sfagno.

Periodo e modalità d’impianto

Il trapianto della piantina di rovo è da effettuarsi in primavera o estate, quando si dispone di piantine acquistate in vivaio sotto forma di radice nuda o in pane di terra. Una volta impiantate è necessario ricorrere a innaffiature frequenti per ridurre lo stress da trapianto e favorire l’attecchimento della piantina.

Autoprodurre le piantine si può! I metodi di propagazione sono tra i più comuni e semplici. Non sarà difficile fare un buon lavoro ed evitare fallanze con questo tipo di pianta. Tra le tecniche di moltiplicazione a cui possiamo ricorrere ricordiamo dunque:

  • Talea: in autunno, a partire da tralci giovani, si tagliano a 35 – 40 cm e mettono a radicare in vaso;
  • Propaggine: a fine agosto si prelevano gli apici dei tralci radicati in un vaso più piccolo, che sarà rinvasato a dicembre.

L’operazione di attecchimento viene facilitata dall’applicazione di uno strato pacciamante (meglio se di foglie con capacità acidificante come gli aghi di pino o di quercia), evitando così di danneggiare le radici.

Una volta che la piantina sarà pronta per il trapianto in primavera, ci basterà:

  1. effettuare una buca di 15 cm nella quale inseriamo una canna che fungerà da sostegno per la giovane piantina;
  2. togliere le foglie lasciandone due o tre più verdi;
  3. ricoprire con pacciamatura.

Le piantine messe a dimora in primavera – estate andranno in produzione dopo un anno di allevamento.

mora pianta

Sesto d’impianto e forma di allevamento

Il sesto d’impianto e la forma di allevamento giocano un ruolo cruciale nell’areazione della chioma.

La mora di rovo coltivata necessita di:

  • strutture orizzontali legate a pali verticali per il sostegno dei fusti principali;
  • strutture orizzontali distanziate orizzontalmente 25 – 30 cm dalle prime per il sostegno dei tralci laterali, resi pendenti dal peso dei frutti.

Questa forma di allevamento è definita a “spalliera”, mentre il sesto d’impianto sarà di 2,5 – 3 m tra le file e 1 – 2 metri sulla fila.

Potatura

Al fine di ottimizzare lo stato vegetativo e produttivo della pianta, è importante apprendere delle semplici tecniche di potatura da effettuare in diversi momenti del ciclo della pianta, considerando che:

  • il primo anno si crea il primocane, un fusto vigoroso ma improduttivo;
  • il secondo anno il primocane smette di crescere in lunghezza, sviluppando dei cacchi laterali fiorenti (floricane).

Per cui le tecniche di potatura prevedano una potatura di fine produzione (autunno):

  1. Eliminazione alla base dei rami che hanno fruttificato, anche riconoscibili dalla presenza dei frutti secchi.
  2. Eliminazione dei getti più piccoli e che creano competizione al cespo, lasciando quelli più robusti che produrranno l’anno successivo.

Per poi procedere in inverno con la potatura di produzione:

  • Selezioniamo i rami migliori (3 – 4 per pianta).
  • Eliminiamo le ramificazioni laterali sotto gli 80 cm di altezza.
  • Lasciamo i rami laterali superiori e li spuntiamo alla 4° – 5° gemma, in quanto costituiranno i rami produttivi nell’anno.
  • Infine, tagliamo il ramo principale a 1,5 m di altezza dal suolo.

Patologie fungine: prevenzione e difesa

Muffa grigia o botrite (Botrytis cinerea)

Questo patogeno si manifesta in presenza di elevata umidità dopo lunghe bagnature e 15°C di temperatura media. Danneggia principalmente i frutti e si sviluppa in seguito a ferite naturali dovute alla caduta dei petali o al vento. Se si dispone di cultivar vigorose, come quelle senza spine, può risultare vantaggioso scegliere un sesto d’impianto che favorisca l’areazione.

Marciume del colletto (Phytophthora spp.)

I sintomi iniziali sono simili alla carenza idrica: successivamente alla fase di fioritura le piante colpite disseccano rapidamente, le canne fruttifere si deformano e muoiono all’epoca della raccolta. Il patogeno è facilmente riconoscibile a livello del colletto e delle radici, che appaiono scure, marcescenti e con poche radichette. Il fungo permane nel terreno sui residui radicali infetti e le nuove infezioni sono causate dalle spore che si muovono nel suolo in presenza di acqua; è per questo che bisogna evitare accumuli d’acqua permanenti a livello dell’apparato radicale e del colletto. La coltivazione in vaso permette di evitare la sua diffusione!

Esistono interventi biologici atti a prevenire l’infezione del patogeno, tra cui l’introduzione nel substrato del fungo iperparassita per eccellenza: Trichoderma spp.

Insetti dannosi e rimedi naturali

Afide del rovo (Aphis ruborum)

Conosciuti come i “pidocchi delle piante”, questi piccoli insetti si nutrono della linfa di organi giovani come getti laterali e polloni. Si sviluppano con un clima caldo – umido della primavera/estate e non provocano deformazioni, ma stentano la crescita degli organi infestati e favoriscono lo sviluppo di fumaggine. Il picco di presenza è generalmente a luglio e a fine stagione (settembre/ottobre), poco prima della deposizione delle uova svernanti.

Anche in questo caso, come riportato per l’articolo dedicato alla coltivazione del mirtillo, è importante salvaguardare le popolazioni di predatori e parassitoidi che naturalmente popolano il nostro giardino, quali: coccinelle, crisopa, sirfide e vespe parassitoidi.

Eriofide del rovo (Acalitus essigi)

L’eriofide del rovo è un acaro caratterizzato da una particolare forma allungata, ma talmente piccolo (0,2 mm) da poterne vedere principalmente i danni sulla pianta e sui frutti. Infatti, dalle ascelle fogliari si muove verso le foglie, che appaiono con chiazze gialle, e successivamente ai frutti, impedendo la completa maturazione delle drupeole. Se l’infestazione non è di notevole importanza possiamo evitare sprechi utilizzando le more migliori per il consumo fresco, e quelle danneggiate per la creazione di marmellate.

Raccolta, conservazione e utilizzo

Il periodo di raccolta delle more varia a seconda della cultivar scelta. In genere, si prolunga per circa 60 giorni tra luglio – ottobre secondo le varietà.

Al momento della raccolta le drupeole non si sfilano dal ricettacolo, ma vi restano saldamente attaccate.

Per comprendere quando è il momento adatto alla raccolta bisogna soffermarsi sul colore del frutto, che deve presentarsi di un nero intenso, e sulla forza di distacco, tanto più ridotta quanto più è maturo il frutto. Infatti, il frutto maturo lasciato in pianta non cade e migliora le sue caratteristiche qualitative e organolettiche, aumentando gli zuccheri e gli aromi.

Una volta raccolte, possono essere conservate in frigo per 4 – 5 giorni o, in alternativa, congelate in sacchetti per alimenti e utilizzate per creare marmellate, granite o gelati.

Come tutti i frutti di bosco, anche la mora è ricca di antocianine e flavonoidi, sostanze antiossidanti che contrastano l’invecchiamento cellulare provocato dai radicali liberi.

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