Le diverse tecniche dell’agricoltura sostenibile

L’agricoltura industriale ha un impatto fortemente negativo sugli ecosistemi: dalla deforestazione per creare ampie aree monocolturali alla desertificazione provocata dall’eccessivo sfruttamento dei suoli, dalla degradazione dei terreni causata dalle continue lavorazioni profonde ai danni ambientali causati dall’utilizzo massivo di pesticidi e fertilizzanti di sintesi, sino alla notevole emissione di gas climalteranti.

L’agricoltura industriale genera problematiche serie agli ecosistemi che necessitano di azioni urgenti per garantire la sopravvivenza della specie umana e più in generale delle diverse specie presenti sul pianeta.

Tralasciando le tecniche più antiche di agricoltura, di cui non sempre è facile ricostruire l’esatta storia, con questo articolo si vuole brevemente accennare ai diversi approcci e metodi nati negli ultimi due secoli al fine di rendere il comparto agricolo sostenibile da un punto di vista ambientale.

L’obiettivo da porci oggi non è più solo la riduzione dell’impatto sull’ambiente dell’agricoltura, ma la rigenerazione degli ecosistemi degradati, perché tornino a svolgere efficacemente le fondamentali funzioni necessarie allo sviluppo e al benessere di tutte le forme di vita, nonché sistemi agricoli capaci di redistribuire equamente le risorse, creare vera ricchezza e cultura di comunità.

Cos’è l’agricoltura biodinamica

Rudolf Steiner è stato l’eclettico filosofo che ha elaborato i principi fondamentali che hanno portato alla nascita della biodinamica.

Quest’ultima nasce negli anni ‘20 del diciannovesimo secolo, partendo dal testo elaborato dalla società antroposofica, fondata da Steiner, intitolato “Impulsi scientifico spirituali per il progresso dell'agricoltura” .

L’obiettivo dell’agricoltura biodinamica è mantenere, ma soprattutto aumentare la fertilità del suolo, attraverso una serie di pratiche e di preparati che, secondo i suoi sostenitori, consentono di migliorare la qualità delle produzioni e l’aumento della vitalità dell’ambiente agricolo.

Si tratta del primo approccio olistico moderno all’agricoltura, in cui non si separa il contesto ambientale dall’attività umana: animali, piante, esseri umani, composti organici e inorganici, sono parte della rete vitale e pertanto sono tutti elementi parimenti importanti per una coltivazione efficiente, sostenibile e efficace.

Non si separa inoltre l’aspetto spirituale da quello materiale della vita, per cui il percorso dell’agricoltore è innanzitutto un percorso di crescita personale.

Le piante utilizzate in biodinamica non sono geneticamente modificate e i semi non vengono trattati chimicamente.

Gli animali vivono liberi e vengono nutriti esclusivamente con mangimi provenienti dalla medesima fattoria.

Almeno il 10% della superficie coltivabile è lasciato incolto, è vietato l’uso di pesticidi di sintesi e erbicidi, vengono applicate le rotazioni colturali, le policolture e si pone particolare attenzione al mantenimento delle foreste vergini, dei prati stabili, delle risorse idriche, delle aree rifugio per la fauna selvatica.

L’azienda agricola viene vista come un unico organismo vivente, per cui la cura delle persone, delle piante e degli animali è fondamentale al medesimo modo.

Gli scarti vegetali e il letame sono considerati essenziali per arricchire il suolo di sostanze nutritive, poiché uno degli obiettivi è l’aumento e la stabilità della sostanza umica presente nel suolo.

I preparati come il cornoletame e il cornosilice sono fermentati e poi dinamizzati in acqua, per poi essere irrorati sui terreni.

I principi attivi presenti nei preparati sono minimi, si utilizzano alte diluizioni in maniera simile a quanto avviene nelle preparazioni omeopatiche in ambito medico.

Nell’agricoltura biodinamica non sono escluse le lavorazioni del suolo, prediligendo però in luogo dell’aratro ripuntatori e erpici.

Cos’è l’agricoltura biologica

I principi base dell’agricoltura biologica provengono dall’agricoltura biodinamica.

Fu il botanico britannico Albert Howard, nel libro “An agricultural testament”  del 1940, per la prima volta ad accennare alla necessità di un’agricoltura basata prevalentemente sui processi naturali.

Fu poi l’agronomo Walter James, nel testo del 1940 “Look to the Land”  a coniare l’espressione “organic farming”, per definire un’agricoltura  in armonia con l’ambiente naturale.

Nel 1944 venne fondata in Australia la prima organizzazione di agricoltura biologica, la “Australian Organic Farming and Gardening Society”. 

Nel 1946 nacque in Inghilterra la Soil Association, fondata da scienziati, agricoltori e nutrizionisti, al fine di studiare e promuovere l’agricoltura biologica.

Nel 1972 venne fondata la “Federation of Organic Agriculture Movements” (IFOAM) in seguito all’incontro, a Versailles, tra i principali esponenti del settore, quali Roland Chevriot (Nature et Progrés), Lady Eve Balfour (fondatrice della Soil Association) Kjell Arman (Svenska Biodynamiska Föreningen), Jerome Goldstein (Rodale Institute) e Pauline Raphaely (Soil Association della Repubblica Sudafricana).

Nel 1988, durante la 12esima Conferenza scientifica della IFOAM, più di 60 Paesi votano contro l’adozione di sementi geneticamente modificati.

Con l’adozione del Regolamento CEE n. 2092/91 per la prima volta vengono stabilite a livello comunitario delle norme relative al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e alla indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari.

Il regolamento è stato aggiornato nel 2007, con l’approvazione del Regolamento CE 834/2007 e nel 2018, con il Regolamento UE n. 848/2018.

In agricoltura biologica si pratica la rotazione delle colture, il maggese, ossia il riposo o la lavorazione dei terreni per il recupero della fertilità, la policoltura.

È vietato l’uso di fitofarmaci e diserbanti di sintesi, se non in via eccezionale.

La fertilità del suolo e il mantenimento della biodiversità sono fondamentali per una buona gestione agricola biologica.

Le piante o le sementi utilizzate devono essere certificate come provenienti da agricoltura biologica a meno che non sia in quantità sufficienti a soddisfare le esigenze degli agricoltori, sono vietati gli OGM.

L’agricoltura biologica impone di usare l’energia e le risorse naturali in modo responsabile, di conservare gli equilibri ecologici regionali e di mantenere la qualità delle acque.

Sono ammesse le lavorazioni del suolo con mezzi meccanici.

densita nutritiva

Cos’è l’agricoltura biointensiva

Messo a punto negli anni ’60 in California, “biologicamente intensivo” è il termine usato da Jean- Martin Fortier, agricoltore e autore del libro “The market gardener”  l’agricoltura biointesiva si pone l’obiettivo di aumentare la produttività agricola con parte dei metodi già utilizzati nella più diffusa agricoltura biologica, escludendo però l’uso di mezzi meccanici pesanti come i trattori, tutte le lavorazioni sono effettuate manualmente, con l’uso di strumenti specificamente utilizzati per tale tipo di agricoltura.

Con l’aiuto di un calendario di produzione si pianifica con precisione la semina dei diversi ortaggi da piantare sullo stesso bancale per ottimizzare la successione delle colture e aumentare la produttività.

Se paragonati ai sistemi agricoli meccanizzati i sistemi biointensivi utilizzano fino al 66% di acqua in meno, riducono le sostanze sottratte al terreno del 50-100% e impiegano il 94% di energia in meno.

Il metodo si basa su 8 principi: preparazione del suolo (doppio scavo a 60 cm), compost e fertilizzanti organici, semina ravvicinata e intensiva (esagonale), consociazioni e rotazioni delle colture, parte delle coltivazioni destinate a ‘biomassa’ (coltivazione di carbone), coltivazione di calorie, uso di semi a impollinazione aperta e integralità del sistema.

Gli ultimi 4 principi sono il risultato di più di 30 anni di esperimenti e Juan M. Martinez Valdez, esperto internazionale del metodo biointensivo, li chiama “la formula della sostenibilità”: il 60% del suolo viene coltivato a mais, riso, grano, amaranto, quinoa, girasoli, da cui si trarrà alimenti e materia organica secca; il 30% è destinato alla coltivazione di radici ad alto valore calorico come i tuberi (patate, agli, cipolle, etc); il 10% contiene le verdure che forniscono vitamine e minerali per la dieta umana.

Il metodo prevede di accelerare l’incorporazione della materia organica nel suolo tramite un compost appositamente predisposto.

La coltivazione avviene su prode semi-permanenti di 70 cm di larghezza, che vengono opportunamente lavorate prima della messa a dimora delle orticole.

In agricoltura biointensiva sono previste delle lavorazioni leggere del suolo, effettuate con particolari strumenti manuali appositamente creati per facilitare tale tipo di tecnica agricola.

Cos’è l’agricoltura del non fare

L’agricoltura del non fare nasce dagli studi e dalle sperimentazioni condotte per oltre 40 anni dal botanico e microbiologo giapponese Masanobu Fukuoka, che può essere considerato il fondatore dell’agricoltura naturale in epoca moderna.

I suoi testi più celebri sono “La rivoluzione del filo di paglia”  e “Il metodo naturale di coltivare – Teoria e pratica della filosofia verde”.

All’età di 25 anni cominciò a mettere in discussione l’agricoltura convenzionale e decise di lasciare il suo lavoro di scienziato del suolo per tornare nella fattoria della sua famiglia nella isola di Shikoku nel Giappone del sud per coltivare mandarini.

Qui iniziò a dedicarsi allo sviluppo di un sistema di agricoltura sostenibile, che lui stesso definì “Agricoltura del Mu”, traducibile come agricoltura del non fare.

Mu è un concetto del buddismo cinese che significa “senza”.

Tale tecnica agricola difatti prevede l’assenza totale di lavorazioni del suolo. La semina viene effettuata in superficie anche con l’ausilio dell’argilla per proteggere i semi lanciati a spaglio sul suolo, senza quindi la necessità di creare postarelle o solchi.

Non si utilizzano fertilizzanti, né chimici né organici. Per contrastare le eventuali infestazioni si introducono nell’areale di coltivazione animali antagonisti.

Tutti gli scarti di lavorazione vengono lasciati sul campo per fungere da pacciamatura.

Come per l’agricoltura biodinamica il rapporto tra l’agricoltore e la terra per Fukuoka è un rapporto intimamente spirituale, di armonizzazione con l’universo: per Fukuoka l’obiettivo finale dell’agricoltura non è la coltivazione di colture, ma la coltivazione e il perfezionamento degli esseri umani.

Cos’è l’agricoltura sinergica

L’agricoltura sinergica nasce su ispirazione dell’agricoltura del non fare elaborate da Masanobu Fukuoka.

Venne elaborata dalla permacultrice e agricoltrice spagnola Emilia Hazelip, la quale rimase affascinata dall’agricoltura naturale di Fukuoka e decise di adattarla per gli ecosistemi europei.

Il libro di riferimento, scritto dall’agricoltrice, si intitola “Agricoltura sinergica” .

In agricoltura sinergica non si lavora il suolo, non si apportano fertilizzanti, non si effettuano trattamenti con fitofarmaci, né di sintesi né di origine naturale, non si calpesta il suolo di coltivazione, si mantiene sempre coperto il suolo con pacciamatura secca o verde, si effettua sempre una policoltura, di almeno 3 famiglie diverse.

Le coltivazioni si effettuano su delle aiuole rialzate, chiamate bancali, larghe 1,20 metri e alte un minimo di 30 cm e un massimo di 50 cm, non più lunghi di 5 metri, per facilitare il transito tra un bancale e l’altro.

Si possono realizzare anche di forme circolari o a spirale, tenendo conto poi nella semina o nella messa a dimora delle piante della conformazione del suolo e della differente esposizione solare.

La forma dei bancali in sezione è trapezoidale, ciò consente di aumentare la superficie coltivabile.

Nei lati si coltivano le piante che non crescono in altezza, come insalate, cicorie, agli, rape, biete, nella parte apicale invece quelle che crescono in altezza, come cavoli, pomodori, melanzane, peperoni.

Come tutori si possono utilizzare dei tondini di ferro incrociati, posti ad arco sopra i bancali.

L’obiettivo dell’agricoltura sinergica è operare in maniera del tutto naturale e allo stesso tempo massimizzare la resa.

Cos’è l’agricoltura conservativa

Il termine “agricoltura conservativa” viene dal termine conservation tillage (lavorazione conservativa) coniato negli Stati Uniti negli anni ‘30 del diciannovesimo secolo.

Per effetto della prima grande meccanizzazione dell’agricoltura moltissime aree prima destinate a pascolo vennero convertite a coltivazioni estensive.

Ciò provocò, in particolare nelle grandi pianure del mid-west, dei gravissimi fenomeni erosivi, capaci di provocare tempeste di polvere talmente imponenti dal generare vere e proprie condizioni di emergenza nelle cittadine limitrofe ai campi coltivati.

L’agricoltura conservativa consiste pertanto in una serie di pratiche agronomiche che permettono una migliore gestione del suolo, limitando gli effetti erosivi dell’agricoltura meccanizzata, puntando a migliorare la struttura e il contenuto di sostanza organica dei terreni agricoli.

Nell’agricoltura conservativa si effettua la semina diretta su terreno non lavorato o lavorato al minimo (no-tillage o sod seeding) senza bruciatura o interramento dei residui colturali.

Si mantiene una copertura organica del suolo permanente o semi-permanente, che può avvenire o riutilizzando i residui vegetali o usando una coltura di copertura, costituita da specie annuali in successione o da specie arboree pluriennali e forestali.

Attraverso tali pratiche si mira a ridurre le emissioni di CO2 per via delle minori lavorazioni necessarie, non prevedono profonde arature, ma solamente erpicature e ripuntature, al fine di ridurre il compattamento del suolo.

Infine, con l’obiettivo di ridurre le spontanee e l’attecchimento di eventuali parassiti, si effettuano continue rotazioni delle colture fra più di due specie.

Cos’è l’agricoltura sintropica

L’agricoltura sintropica è un metodo agroforestale sviluppato da Ernst Götsch, agricoltore e ricercatore svizzero che opera, a partire dagli anni ‘80 del diciannovesimo secolo, principalmente in Brasile.

Ha sviluppato una tecnica di recupero rapido dei suoli poveri imitando i modelli esistenti in natura, in cui specie di piante accuratamente selezionate – un consorzio di specie – sono messe a dimora con specifici sesti d’impianto e orientamento, introdotte in una sequenza predeterminata e potate, ad intervalli regolari, durante il loro periodo di crescita.

Piuttosto che cercare di aggiungere nutrienti da fonti esterne, l’agricoltura sintropica cerca di imitare e accelerare i processi di successione naturale per catturare carbonio, acqua e nutrienti, al fine di ripristinare i terreni degradati o non sufficientemente sviluppati.

Per aggiungere biomassa al suolo, trattenere l’umidità, aprire la chioma, aumentare la cattura del carbonio e la traspirazione si effettuano potature vigorose.

L’acqua viene “piantata”, Introducendo piante che immagazzinano molta acqua e aumentano la traspirazione.

Vengono utilizzate piante verdi tutto l’anno (anche in caso di grave siccità, in particolare le spontanee) in elevate quantità, anche con specie arbustive e arboree.

Attraverso una corretta gestione delle specie si cerca di proteggere e promuovere specie meno robuste e produrre rapidamente quantitativi significativi di materia organica per coprire e rivitalizzare il suolo.

no-dig terreni agricoli

Conclusioni

Serve una seria presa di coscienza collettiva per mitigare gli effetti di due secoli di sovrasfruttamento dei suoli, di sovraconsumo delle risorse, di inquinamento dell’atmosfera, dell’idrosfera, della pedosfera, al fine di salvaguardare la biosfera di cui siamo parte.

L’agricoltura è stato ed è un settore strategico per garantire la sopravvivenza della specie umana.

L’agricoltore ha l’arduo compito di garantire la qualità e la quantità di produzioni per sfamare gli esseri umani senza ulteriormente compromettere la salute degli ecosistemi: per fortuna la creatività, la ricerca, l’osservazione, la determinazione di molti professionisti ha generato e genera alternative valide all’agricoltura industriale, che consentono di produrre in maniera sostenibile rigenerando gli ecosistemi, dando un’opportunità all’umanità di sopravvivere e di vivere in equilibrio e armonia con la natura.

Sta a tutti noi il compito di diffondere tali preziose conoscenze e sostenere gli agricoltori che operano per il bene del pianeta.

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