Come produrre una pianta micorrizata per creare una tartufaia

Gli ecosistemi forestali mediterranei, un po’ come tutti gli ecosistemi forestali, forniscono una moltitudine di servizi e prodotti non legnosi cruciali per lo sviluppo socioeconomico del territorio.

Tra i prodotti secondari dei boschi rivestono un ruolo di primaria importanza funghi. La buona parte dei funghi commestibili non può sopravvivere senza interagire con una pianta. Quest’ultima, che tecnicamente è definita l’ospite, fornisce attraverso la microrriza i fotosintetizzati necessari al fungo per svilupparsi e riprodursi. Quindi, non è possibile produrre corpi fruttiferi (la parte commestibile del fungo) di Boletus spp. (porcini), Tuber spp. (tartufi), Cantharellus spp. (finferli o gallinacci) su substrati organici, come usualmente accade per altri funghi commestibili saprofiti.

Attualmente la ricerca scientifica ha compiuto una serie di progressi che hanno reso possibile la coltivazione di alcune specie fungine ectomicorriziche svincolando la produzione di queste dagli ecosistemi forestali naturali. Per i tartufi questi progressi sono stati davvero significativi e questo ha permesso la diffusione della coltivazione di alcune specie di pregio.

Infatti, oggi la produzione di tartufi proviene in larga parte da tartufaie naturali e tartufaie controllate (tartufaie naturali gestite migliorando le potenzialità produttive delle stesse) ma una quota crescente nel tempo di tartufo proveniente da tartufaie coltivate (superfici in cui le piante tartufigene vengono impiantate ex novo).

Come già analizzato nell’articolo dedicato ai tartufi, la biologia del tartufo è estremamente complessa con numerosi aspetti non del tutto chiari, ma i momenti chiave per la coltivazione di questi funghi sono la produzione di piante micorrizate e la loro messa a dimora in siti idonei. In questo articolo approfondiremo passo per passo tutti gli step da seguire per ottenere delle piante micorrizate da mettere a dimora.

Considerazioni preliminari alla micorrizazione vera e propria

Tra le attività preliminari alla preparazione di piante micorrizate la più importante consiste nella scelta della specie ed ecotipo vegetale e fungino da far interagire. Le tartufaie, come tutti gli impianti arborei, sono un investimento durevole con una vita economica che supera un ventennio; pertanto, è opportuno ponderare le scelte in modo che l’impianto possa esprimere al meglio le proprie potenzialità.

A tale scopo è sempre consigliato analizzate accuratamente il luogo in cui verrà impiantata la tartufaia valutando tutti gli aspetti che possono condizionare l’attecchimento della pianta e il mantenimento delle micorrize.

Generalmente l’impianto di tartufaie avviene in zone naturalmente vocate alla produzione di tartufi; quindi, è auspicabile che il materiale biologico necessario per la propagazione venga selezionato da tartufaie naturali vicine all’appezzamento destinato all’impianto.

Questo approccio garantirebbe un migliore adattamento delle piante e dei funghi perché già selezionati dall’ambiente in cui verranno messi a dimora.

tartufaia

Come produrre piante forestali micorrizate

Per quanto riguarda l’ospite vegetale i materiali di propagazione generalmente utilizzati per la produzione di piante forestali sono i semi oppure, per le specie con una spiccata capacità radicante, porzioni di pianta (esempio polloni o rametti).

Il materiale di propagazione va coltivato utilizzando substrati semi sterili (con una bassa carica microbica) che favoriscano la germinazione dei semi o la radicazione. In questa fase è essenziale che il terreno utilizzato non contenga al suo interno altre specie fungine micorriziche per evitare che la radice instauri simbiosi che limiterebbero l’efficacia della micorrizazione successiva.

Sono da preferire substrati con un’alta percentuale di materiale inerte come perlite, sabbia o argilla espansa in modo da facilitare la pulizia della radice nei successivi rinvasi. Il materiale di propagazione fungino è tecnicamente detto inoculo ed esistono varie fonti e forme di inoculo per funghi micorrizici.

In generale è possibile inoculare queste specie fungine attraverso: spore (inoculo gamico), micelio (inoculo vegetativo o agamico), e radici micorrizate (inoculo simbiotico). L’inoculo dei funghi del genere Tuber viene eseguito generalmente attraverso spore o radici micorrizate.

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Inoculo delle piante attraverso le spore

Le inoculazioni basate su spore hanno diversi vantaggi: sono economiche, facili da preparare e non richiedono attrezzature o formazione specializzate.

Nei funghi del genere Tuber le spore sono contenute all’interno del corpo fruttifero pertanto il ricorso a questa tecnica presuppone la disponibilità di tartufi. I carpofori al momento della raccolta contengono spore immature che non germinano immediatamente. Per facilitare questo processo sono necessarie una serie di accorgimenti che devono simulare il destino dei carpofori in natura, tra cui:

  • la vernalizzazione. Come accade per la maggior parte dei semi anche la germinazione delle spore avviene solo dopo che queste abbiano superato un periodo di freddo. Infatti, la conservazione dei carpofori a 4 °C per brevi periodi o a -20°C per qualche mese favorisce la successiva germinazione. Le temperature basse simulano il naturale susseguirsi delle stagioni indebolendo le strutture che contengono le spore.
  • la degradazione del carpoforo e liberazione delle spore. Fin quando il carpoforo è intatto le spore sono protette dagli aschi e questo evita la loro idratazione e quindi la germinazione. Pertanto è necessario liberarle e questo può avvenire macinando delicatamente i tartufi con un mortaio o un frullatore facendo attenzione che non si alzi troppo la temperatura. L’azione meccanica del mortaio disgrega più o meno finemente il carpoforo ma la maggior parte delle spore resta comunque racchiusa all’interno degli aschi. La totale liberazione delle spore avviene nel terreno dove i processi di decomposizione intaccano gli aschi. Negli ecosistemi naturali questo è favorito dalla meso e microfauna che alimentandosi dei carpofori liberano attraverso le feci le spore ancora vitali. Tecnicamente questo può essere svolto dai lombrichi che se presenti hanno effetto positivo sulla micorrizazione specialmente nei primi sei mesi. Dopo i sei mesi se la presenza di lombrichi è ancora consistente questi andrebbero rimossi.

Inoculo simbiotico

L’utilizzo dell’inoculo simbiotico è un metodo che è stato perfezionato per le specie di Tuber per evitare il ricorso alle spore, soprattutto per le specie le cui spore germinano con difficoltà. L’inoculo consiste in piante micorrizate chiamate “pianta madre” o frammenti di radici micorrizate.

La pianta madre o frammenti radicali di questa vengono messi a contatto con una piantina non micorrizata in un substrato di crescita che favorisce la micorrizazione.

Questo metodo è particolarmente efficace, tuttavia, necessita di buona esperienza e la disponibilità di piante già micorrizate. Inoltre, è essenziale che si sappia riconoscere morfologicamente una radice micorrizata e si conosca la morfologia della micorriza del tartufo di interesse.

piante tartufigene

Substrati di micorrizazione per piante tartufigene

Una volta prodotto l’inoculo, indipendentemente che sia costituito di spore o simbiotico, questo va posto a contatto con l’apparato radicale nudo della pianta ospite in un substrato che deve favorire la formazione della micorriza e la crescita radicale.

Il substrato ideale deve avere un pH sub alcalino (pH 7.5 – 8.0), una bassa disponibilità di fosforo e abbastanza ricco in sostanza organica. Esistono dei substrati commerciali appositamente sviluppati a tale scopo, tuttavia è possibile creare delle miscele ugualmente efficaci la cui composizione è la seguente: 50% compost sterile, 35 % di perlite e 15% di sabbia. La miscela può essere arricchita di concime a lento rilascio tipo OSMOCOTE ad una concentrazione di 2 Kg per metro cubo di terreno.

Altro fattore importante è la sterilità o semi sterilità del terreno che deve contenere una bassa carica microbica specialmente per quanto riguarda i funghi. Per abbattere la carica microbica nel terreno esistono varie strategie e tra queste quella più efficace per le preparazioni casalinghe è la solarizzazione che consiste nell’esporre il substrato bagnato al sole durante i mesi estivi (30-40 giorni), disponendolo in sottili strati (10 cm) e coperto con un telo di plastica trasparente.

Questo permette il raggiungimento di temperature anche superiori ai 50°C per periodi prolungati, eliminando la maggior parte dei microrganismi presenti. Nel caso di inoculo sotto forma di spore al terriccio vanno aggiunti circa 1-2 grammi di pasta di tartufo per pianta, incorporandoli omogeneamente nel substrato.

Nel caso di inoculo simbiotico le radici della pianta madre e dalla nuova pianta devono semplicemente condividere lo stesso vaso. I vasi, preferibilmente in plastica e accuratamente puliti, devono avere le giuste dimensioni per accogliere l’apparato radicale ed evitare di diluire troppo l’inoculo nel terreno. La preparazione dei vasi di inoculo deve avvenire nel periodo autunno primaverile.

La micorrizazione delle piante tartufigene

La micorrizazione è un fenomeno biologico molto complesso che presuppone il reciproco riconoscimento tra pianta e fungo.

Le spore una volta libere si idratano ed attivano il metabolismo permettendo la loro germinazione.

La germinazione consiste nell’emissione di un’ifa germinativa dalla quale per successive ramificazioni si produce il micelio fungino che colonizza il terreno.

Nel caso di inoculo simbiotico il micelio colonizza il terreno partendo dalla pianta madre. Contemporaneamente la pianta ospite sviluppa l’apparato radicale producendo numerose nuove radici che secernono nel suolo gli essudati radicali. Queste sostanze sono ricche in nutrienti ed altri composti che fungono da segnale per il fungo che polarizzerà la sua crescita  verso la radice (chemiotropismo).

Raggiunta la radice il fungo avvolge gli apici differenziando le strutture che costituiscono la micorriza (vedi articoli “Classificazione delle principali micorrize di interesse agrario” e “Le micorrize: un potenziale alleato per orti e frutteti”) .

Mantenimento delle piantine micorrizate in vivaio

Il mantenimento delle piante micorrizate in vivaio non differisce molto rispetto ad altre specie arboree, tuttavia sono necessarie alcune accortezze. Come già precisato nell’articolo “I tartufi, funghi ectomicorrizici da un grande potenziale economico” i funghi micorrizici respirano quindi è importante evitare che l’acqua ristagni nei vasi per lunghi periodi.

Vanno evitati tutti i trattamenti fitosanitari con principi attivi di sintesi sistemici perché se traslocati nella radice possono influire negativamente sul processo di micorrizazione. In caso di problematiche fitosanitarie possono essere utilizzati composti naturali, microrganismi o sostanze minerali.

Vanno evitate concimazioni che possono limitare l’efficacia di micorrizazione.

Periodicamente vanno recise le radici che fuoriescono dal vaso costringendo l’apparato radicale a svilupparsi nel terreno.

Il controllo qualità delle piante micorrizate

Il controllo di qualità è un passaggio fondamentale nella produzione di piante micorrizate ed è particolarmente importante che venga eseguito prima della messa a dimora.

Gli scienziati hanno proposto vari metodi per certificare le piante tartufigene e la maggior parte dei quali si basa sull’osservazione degli apici radicali. Le radici a seguito della micorrizazione cambiano vistosamente morfologia assumendo un aspetto coralloide e questo rappresenta una prova dell’avvenuta micorrizazione.

La valutazione consiste nella stima della percentuale di micorrizazione per pianta e viene eseguita su un campione rappresentativo. Per ciascuna pianta campionata vengono prelevati almeno 10 frammenti radicali e osservati al microscopio.

Al momento dell’impianto è auspicabile un elevato tasso di micorrizazione in quanto con il trapianto e il successivo adattamento la pianta perde una percentuale variabile di micorrize. È difficile definire la percentuale ottimale di micorrizazione in quanto questa varia per specie vegetale e per tipologia di tartufo ma in linea di massima si può definire accettabile una micorrizazione del 30 %.

I vivai che producono e commercializzano piante micorrizate sono tenuti a certificare l’avvenuta micorrizazione e l’entità della stessa e questo generalmente è commissionato a laboratori terzi.

Il controllo qualità è sicuramente necessario prima della messa a dimora, quindi quando le piante hanno 2-3 anni di vita, però è possibile eseguire delle verifiche intermedie per valutare l’andamento della micorrizazione.

Quanto impiega una tartufaia a produrre tartufi e valorizzazione di zone marginali

La produzione di piante micorrizate è il primo passo di un lungo percorso che porta all’ottenimento di una tartufaia produttiva.

L’entrata in produzione di una tartufaia può avvenire anche dopo dieci anni dall’impianto e la qualità delle piante micorrizate messe a dimora è un fattore importantissimo che può condizionare la riuscita dell’impianto.

Probabilmente la produzione di tartufi non è il miglior investimento su una superficie agraria di qualità ma potrebbe rappresentare una valida opzione per zone marginali che sarebbero altrimenti destinate all’abbandono.

Nella figura un diagramma che schematizza i tempi delle varie attività da condurre per ottenere piante micorrizate.

tempi piante micorizzate

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